di Bruno Guizzi

Gaeta – 7 ottobre 2016

Facendo seguito alle interviste di qualche giorno fa, che qualche amico ha trovato molto commoventi e mi ha sollecitato a continuare, ho avuto occasione di conoscere altre storie, man mano che i ragazzi che ospitiamo a Formia hanno acquistato una maggiore fiducia. Come vi dicevo sono loro stessi che sono ansiosi di parlare, con qualcuno che li ascolta con interesse e partecipazione, della loro “storia”, spesso senza reticenze e paure, dopo i primi giorni di comprensibile incertezza. Quella che vi propongo oggi è diversa dalle precedenti, il ragazzo è molto giovane ed ancora provato da quanto gli è accaduto in questi ultimi due anni, sa che la sua donna (incinta al IV mese) è arrivata, come lui stesso, in Italia, ma non sa dov’è…..
Val la pena di proporvi qualche stralcio, mantenendo l’anonimato per ovvi motivi.

D. Parlami della tua famiglia
R. Ho papà, mamma e siamo in 8 figli: 6 maschi e 2 femmine. Io sono il più grande. La mia famiglia vive di agricoltura di sussistenza, coltiviamo due acri (quasi un ettaro) di terreno, che a stento ci è sufficiente e, raramente riusciamo a vendere qualcosa.

Che scuole hai frequentato?
Sono stato a scuola dall’età di 6 anni, per ben 12 anni dalle primarie alle superiori e, dopo, con grandi sacrifici, i miei genitori hanno pagato i primi 3 anni di Politecnico (ingegneria meccanica)

E poi?
Sfortunatamente sono entrato in una “società segreta”

Cioè?
Ci occupavamo di piccoli furti, intimidazioni ed estorsioni ed altro (qui è stato naturalmente difficile saperne di più!)

E dopo?
Mio padre, secondo il nostro rito tribale, mi ha dato in moglie (senza alcun matrimonio registrato!) una ragazza che non conoscevo, ma che poi ho cominciato ad amare. Volevo a questo punto uscire dalla “società segreta” e dalla illegalità, ma è stato impossibile. Mi è stato puntato contro un fucile e mi è stato detto che, se lo avessi fatto, avrebbero ucciso me e la mia donna. E, per fortuna, almeno la mia famiglia originaria è stata tenuta fuori! So per certo di altri casi in cui questo si è verificato. Non ne potevo più ed ho deciso di scappare con lei. Sapevo che nel mio paese mi avrebbero comunque raggiunto ed ho deciso di andare all’estero, non avevo altre alternative.

E poi?
Nei paesi confinanti è stato impossibile trovare un qualsiasi lavoro che ci desse qualche tranquillità, visto che la mia donna mi aveva detto, quando eravamo fuori dal paese, che aspettava un bambino.

Mamma mia, che situazione!
Si, non sapevo davvero cosa fare! Ma la mia famiglia mi è venuta in aiuto e mi ha mandato dei soldi per andare al nord, in Libia, dove mi dicevano si poteva lavorare.

Viaggio attraverso il deserto?
Si, lo avrai sentito anche da altri: basta pagare e ti caricano su un pick-up stracolmo e in due-tre giorni di sofferenze ti fanno arrivare al confine con la Libia.

In effetti altri mi hanno parlato di questo viaggio, ma dimmi qualche cosa in più?
Arrivati a Sabba (confine libico) ci hanno divisi, maschi da una parte e femmine e bambini da un’altra. Da allora non ho più visto né sentito Fatima**. Riuscivo a conoscere qualcosa di lei solo se riuscivo a telefonare, raramente, a mio padre che a sua volta aveva notizie di lei.

Della vita in Libia e del tuo viaggio in mare penso sia inutile parlare, penso sia simile a quello di tanti altri, te lo potrei raccontare io stesso, ma per te c’è qualcosa di differente!
In effetti si (mi conferma tutto quello che altri ragazzi mi avevano detto e di cui vi avevo già scritto!). Per me la situazione ora è diversa: sono riuscito a telefonare a casa e papà mi ha detto anche Fatima è arrivata in Italia, ma non sa quando e nemmeno dove si trova, ora siamo al IV mese di gravidanza e non so niente, anche se il fatto di saperla viva e di poterla rivedere, spero prima che nasca il mio bambino (o bambina!) mi tiene in vita.

E qui finisce l’intervista, che altro abbiamo da dirci se non abbracciarci e pregare (in modo diverso) il nostro unico Dio?

*   Vedi Banglanews 750
** Nome inventato!