di Marco Tarquinio

Avvenire – 9 ottobre 2019  

Questo è il primo commento che poniamo accanto alla lunga e documentata inchiesta curata dal collega Nello Scavo che ha fatto emergere definitivamente non solo e non tanto il pesante ruolo nella Libia di ieri e di oggi del boss di Zawiyah Abd al-Rahman Milad alias Bija, ma la sua partecipazione in Sicilia e a Roma a riunioni e incontri con funzionari e ufficiali italiani e di organizzazioni internazionali. Riunioni e incontri avvenuti nel cruciale periodo in cui si sono studiati, negoziati e stretti gli accordi tra l’Italia e i cosiddetti “sindaci” libici per trattenere oltremare migranti e profughi in transito in quel Paese in guerra.

Bija ha una faccia e diverse maschere, tutte terribili: è un trafficante di esseri umani, un miliziano, un carceriere, uno schiavista, un “ufficiale” di quella che viene chiamata Guardia costiera libica, un uomo d’affari… I lettori di questo giornale hanno conosciuto su queste pagine le sue attività ora sanzionate dall’Onu e un po’ delle sue fattezze, grazie anche alle fotografie scattate sulla tolda delle navi militari che gli sono state “donate” e alle denunce delle sue vittime e delle organizzazioni internazionali.

A lui e a uomini come lui – dall’estate del 2017 in poi e con particolare e drammatica intensità nell’ultimo anno e mezzo – noi italiani, noi europei, abbiamo riconsegnato uomini, donne e bambini che erano riusciti a fuggire dalla Libia. Tra le altre non riesco a togliermi dalla mente la foto (impubblicabile, purtroppo) di un ragazzo eritreo di 17 anni che sembra oggi avere il triplo della sua età: era riuscito a pagare (grazie alla famiglia) per due volte il “passaggio” verso la libertà, ma per altrettante volte è stato rimesso nelle mani dei suoi torturatori a causa delle segnalazioni alla “Guardia costiera libica” da parte del dispositivo italiano ed europeo di controllo del Mediterraneo. La seconda e ultima volta né lui né i suoi, lontani, hanno più potuto comprare un terzo “passaggio” e lui ha “pagato” la sua miseria con un colpo di baionetta nell’occhio destro. È arrivato in Italia, quasi miracolosamente, grazie all’intercessione/selezione dell’Acnur e a uno dei pochissimi “corridoi umanitari” aperti una tantum dalla Libia. Non riesco a dimenticare quel volto che si sovrappone sempre, sino a cancellarlo, a quello di Bija. Ma cancellare Bija e le relazioni che ha intessuto con pezzi delle nostra istituzioni non si può. Non si può e non si deve. Certo non si può pensare di farlo con un sussurro.

Già, un sussurro. Come quello arrivato ieri dal Viminale, sede del nostro Ministero dell’Interno, in forma di una dichiarazione anonima a cinque giorni dalla prima pubblicazione su queste pagine della foto e della ricostruzione sobria e accurata che ha, appunto, dato lineamenti al volto indicibile e atroce delle intese ricercate con capibanda e signori della guerra libici per bloccare gli esseri umani inermi un fuga dai centri di detenzione ufficiali e “privati” che costellano, ma dovremmo dire sfregiano e insanguinano, l’ex Jamahiriya. A quella prima si sono aggiunte altre tre tappe del nostro viaggio di cronisti tra ombre, dubbi e orrori.

Non è difficile comprendere le ragioni dell’imbarazzo che hanno spinto ieri il nostro Ministero dell’Interno ad affidare all’agenzia Ansa una replica informale alla nota ufficiale con cui lunedì l’Organizzazione internazionale della migrazioni, agenzia delle Nazioni Unite che riunisce 173 Paesi e della quale l’Italia stessa è membro fondatore, ha chiarito ad “Avvenire” e alla stampa internazionale di aver cooperato a una missione in Italia di una delegazione libica voluta da Roma e di aver scoperto solo in Sicilia che di questa delegazione facevano parte personaggi come Bija. Secondo questo sussurro, che ha sgombrato il campo e in buona parte contraddetto sussurri precedenti, l’agenzia dell’Onu non avrebbe detto la verità.

E comunque un uomo accusato di gravi crimini e noto a tutti coloro che agiscono a vario titolo nella crisi libica sarebbe entrato nel nostro Paese, si sarebbe seduto a un tavolo delicatissimo, avrebbe frequentato luoghi istituzionali e visitato centri di controllo inaccessibili ai comuni cittadini «probabilmente » grazie a un «documento falso».

Questo anche se Bija è tra l’altro portatore di una evidentissima menomazione a una mano, frutto delle sue imprese di guerra, che lo rende assolutamente riconoscibile. Siamo cronisti, e abbiamo raccontato fatti verificati e documenti, offerto elementi di valutazione, raccolto dichiarazioni di esponenti di questo e di altri governi, ottenuto chiarimenti da organismi internazionali.

Allo stato delle cose non abbiamo conclusioni da trarre, ma proviamo vera angoscia per le ombre che questa storia fa ulteriormente addensare sulla condotta del nostro Paese (e dell’Europa) soprattutto negli ultimi tre anni di ‘gestione’ della crisi libica bellica e migratoria. Le domande che la nostra inchiesta scandisce sono semplici e giustificate. Meritano di trovare risposte non sussurri.

Leggi anche Il caso del trafficante. Il Viminale: «Bija arrivato con documenti falsi dalla Libia»